Altro che sorrisi, altro che ottimismo. La crisi c’è, eccome. Solo che a pagarla senza sconti di sorta sono le piccole imprese e i lavoratori a rischio di licenziamento o già licenziati o in condizioni di assoluta precarietà. A leggere la stampa ufficiale sembra che tutto si sia risolto ed eccetto qualche residua quanto accademica rampogna del Ministro dell’Economia alle banche, l’intero establishment politico ed economico, per un verso o per l’altro, si è diffuso in messaggi rassicuranti.
La verità è che il sistema bancario si è messo al riparo guadagnandoci pure, idem le grandi aziende sulle quali si è disteso l’occhio protettivo delle banche stesse magari già con un piede nel board e dello Stato con previdenze e aiuti di vario tipo.
Chi è rimasto fuori dalla porta sono le piccole imprese che costituiscono il connettivo economico del nostro Paese. Sono loro il mulo da soma delle finanze nazionali, sono loro le vacche da spremere fino alla consunzione secondo l’ordine occulto ma perentorio: zitti e alla stanga! Non c’è stato un provvedimento del Governo di sostegno nei loro confronti a meno che non si prendano sul serio le decisioni contrattate con le Associazioni ufficiali (ma chi e quanti sono gli iscritti?) che riguardano solo le cosiddette aziende virtuose, quindi quelle che in sostanza non hanno problemi, come se ai Pronto Soccorso degli ospedali accogliessero solo i colpiti da raffreddore e tutti gli altri li sbattessero direttamente all’obitorio.
Perché di questo si tratta, di un disegno di genocidio nei confronti di chi vuole fare impresa, anche minuscola, rispondendo a quell’istinto insopprimibile dell’uomo “faber e sapiens”, già esaltato da un grande economista liberale come Luigi Einaudi. Non c’è più spazio per la fantasia creativa e il sano rischio, difficile, duro ma esaltante, dei singoli. Questa amara considerazione, si badi bene, non è indirizzata alla richiesta di assistenza pubblica, alla protezione della mamma-Stato ma ad un principio di giustizia e regole uguali per tutte.
Se no si fa solo un favore alle tante rendite parassitarie e fuori mercato di questo Paese e alle posizioni dominanti e di cartello di cui è infarcito il sistema economico italiano, oppure agli appetiti senza freni delle multinazionali.
Le piccole aziende sono al Pronto Soccorso della crisi e nessuno gli da retta. È ora di svegliarsi e levare una voce comune per dire alt a:
banche, istituti previdenziali, erario. Per dire stop alle esattorie, vero e proprio braccio armato del sistema che continuano imperterrite le azioni di pignoramento non solo immobiliare ( e quale imprenditore non si è già ipotecato la casa e quant’altro?) ma anche mobiliare ( un artigiano che non può circolare con il suo furgone è meglio che chiuda) e su conti bancari (così che la banca blocca tutto e si torna al punto di partenza del problema!).
A trionfare alla fine sarà l’usura e la criminalità. È questo a cui si vuole arrivare?
Occorre che il Governo intervenga per:
- Sospendere per almeno 12 mesi lo stato di sofferenza o incaglio dei debiti bancari delle imprese concedendo loro la possibilità di rientro nell’anno successivo a tassi agevolati e disponendo da subito di un affidamento ulteriore pari al 50% dell’esistente.
- Stabilire una moratoria di almeno 12 mesi per il rientro di posizioni INPS, INAIL concedendo comunque tassi agevolati per rateizzazioni fino a 5 anni.
- Idem per debiti iva.
- Sospendere per almeno 12 mesi i pignoramenti immobiliari e mobiliari da parte dell’esattrice Equitalia Esatri spa e ritrattazione del debito per un rientro nei prossimi cinque anni.
Questi sono i punti capisaldo che la Destra Liberale fa propri e sui quali si attiverà per il consenso e la mobilitazione degli interessati, sollecitando un’ iniziativa pubblica importante pari alla drammaticità della situazione.
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