Al termine delle ultime elezioni politiche abbiamo commentato che la vittoria del
centro-destra , piena e indiscutibile, era, a differenza del successo del 2001,
il risultato di una sorte di “multiculturalismo” che questo schieramento è
stato capace di esprimere trovando la favorevole corrispondenza in un arco
molto variegato di elettori.
Certo,
l’esaurimento della capacità della sinistra, zavorrata dall’integralismo di
quella estrema,che l’ha portata a dividersi, ha fatto la differenza. Tuttavia
il modello messo in campo, studiatamente o realizzatosi in corso d’opera,dalla parte berlusconiana ha risposto in modo più
completo al modo di esprimersi della politica contemporanea che cerchiamo di riassumere in alcuni punti:
DEIDEOLOGIZZAZIONE
DEL MESSAGGIO POLITICO.
Il
modello capitalistico che stiamo vivendo nel mondo occidentale non lascia più
spazio e tempo per inseguire utopie o più semplicemente passioni ideali fuori
dal recinto del proprio benessere o della propria sopravvivenza. Troppi
sacrifici e troppi “eroismi” sarebbero richiesti a chi coltivasse queste
aspirazioni in assenza, oltretutto, di un bacino sociale di riferimento.
Questo
infiacchimento egoistico, che costituisce il perverso risultato dei poteri che
hanno organizzato e dirigono il mercato in cui siamo impaniati, ci costringe a
dare priorità assoluta alla nostra condizione personale e al suo miglioramento.
Anche perché i meccanismi organizzativi e finanziari che questa modernità ha
reso sempre più grandiosamente complessi impongono di considerare necessario
anche il superfluo.
Se
nel 1936 all’apice del suo consenso il fascismo chiedeva di dare alla Patria un
proprio prezioso bene personale come la fede nuziale per un astratto obbiettivo di difesa della
Nazione oggi non solo nessuno, giustamente, intende pagare tasse non
giustificate allo Stato ma neppure praticare una qualsivoglia rinuncia
sottocasa per un pur circoscritto interesse trasparentemente collettivo.
In
definitiva a destra ma,soprattutto a sinistra, non c’è nessuno che abbia più
voglia di credere alla rivoluzione invece che ai fatti propri.
Da
questo schema non fa eccezione la
Lega la cui carica “ideologica” del padanismo, risulta una
forzosa camicia a più prosaici interessi
di difesa di piccole comunità e a
logiche
di autoconservazione messe in crisi dall’esplosione del mondo.
UN
UOMO SOLO AL COMANDO
L’eccezionale
avventura politica di Silvio Berlusconi
e la sua durata sono il risultato combinato di una personalità indubbiamente di
grande rilievo e del particolare momento storico in cui viviamo.
Fino
a Tangentopoli la politica, cercando apparentemente di tenere i campi separati,
si sosteneva con i tributi dell’economia sotto forma di tangenti, gestione del
parastato, cointeressenze varie fino a flussi veri e propri di denaro da Paesi
esteri amici come nel caso del P.C.I. dall’Unione Sovietica. Questo serviva a
mantenere apparati, sedi, proprietà immobiliari, giornali ecc.
All’interno
di questa struttura si muoveva lo schema dialettico di chi comandava e chi era
all’opposizione, con un ventaglio di protagonisti abbastanza dinamico e
discretamente intercambiabile.
Dopo
il crollo della vecchia partitocrazia nel 1993 politica ed economia si sono
fuse in una organizzazione dekl consenso che si è fatta impresa a tutti gli
effetti.
A
motivo di una malintesa modernità e dei processi di privatizzazione che hanno
investito
tanta
parte del comparto pubblico, l’impresa partito si è perfezionata sempre di più
fino a diventare un inedito modello istituzionale che desertifica tutte le
altre posizioni alternative. In questa corsa apparentemente inarrestabile,
tipica di un percorso monopolistico che appunto ingoia tutti i concorrenti, si
è arrivati alle ultime elezioni quasi
con un sistema bipartitico. La variante della Lega e dell’Italia dei valori
rappresenta infatti la conferma della regola
essendo anche loro imprese
personalizzate su di una singola proprietà, che hanno potuto fra l’altro godere
dell’effetto voto utile solo per scelta dei due partiti maggiori.
Il
più avvantaggiato di questo processo è stato indubbiamente Berlusconi, uomo di
impresa mai smentito, che continua a rappresentare il modello di riferimento di
questa evoluzione mal inseguito dalla sinistra, incapace di competere sul suo
stesso piano.
MULTICULTURALISMO
Qualcuno
dice che è un dato della razionalizzazione del sistema politico dove i due
grandi schieramenti alternativi, sull’esempio americano, rappresentano nella
loro ampiezza posizioni anche le più lontane.
Vero
è che il centro-destra in Italia ha vinto perché si è proposto e tuttora si
configura quale luogo in cui albergano convincimenti molto diversi. Si va dallo
statalismo della destra sociale al liberismo dei para-radicali, dal laicismo di
alcune componenti allo schieramento intransigente sui valori cattolici di
altri, dal patriottismo nazionale al federalismo secessionista più spinto.
A
sinistra, invece, la separazione dall’estrema dei rifondazionisti e dei
nostalgici del comunismo, operata dal nuovo Partito democratico sulla base di
una fusione tra ex-cattolici di sinistra ed eredi del P.C.I. con finalità di un
riformismo dai contorni non definiti, è stata probabilmente la causa del suo
tonfo elettorale.
Se
il successo del Centro-destra è il prodotto della sua molteplicità “coordinata”
lo stesso è stato accresciuto anche dalla diffusa voglia di sperimentare nuove
risposte alla crisi economica internazionale e dalla cocente insoddisfazione
nei confronti di Prodi e del suo governo di sinistra.
Fatte
queste considerazioni si pone l’interrogativo delle scelte della Destra
Liberale legate alla sua visione della società e al suo possibile ruolo
politico.
Da
una parte, e questa è un’opzione sempre possibile ma che abbiamo più volte sperimentato senza successo
pur con grande sacrificio personale ed economico, vi è la testimonianza di una
posizione politica cristallina, figlia della storia, nella consapevolezza che
il sistema attuale si regge solo sulla figura di Berlusconi e che dopo di lui
tutto si frantumerà. Allora ritorneranno prepotentemente in auge le macro aree
di appartenenza ideologica che il bipartitismo tendenziale ha solo sopito. Una
di queste, contigua alla nazionale è quella della Destra storica liberale,
continuatrice del Risorgimento.
Dall’altra
vi è la partecipazione alla costruzione del P.D.L. sia in forma di realtà
autonoma riconosciuta nelle situazioni locali, consimilmente a quanto si sta
operando nella Provincia di Milano, sia come punto di riferimento dell’area
della destra risorgimentale con i suoi valori e capacità di presenza
organizzata.
In
un modo e nell’altro questa prospettiva non può prescindere dalla realizzazione
di una fase di incontro con tutte le componenti che si definiscono di destra in
quello strumento di operatività politica che abbiamo in precedenza chiamato Federazione delle destre.
Quella
dovrà essere la sede alta in cui troveranno consonanza le diverse posizioni con
l’obbiettivo di un programma e di una partecipazione comuni alle vicende del
nostro Paese.
Tanti
potranno essere i temi da trattare, alcuni di peso non indifferente come il
rapporto tra una visione più etica e sensibile ai valori religiosi della vita e
una più laica propria della tradizione liberale, oppure, sul versante economico
il privilegio delle forme sociali di protezione ed assistenza e del pubblico
interesse sulle più estese liberalizzazioni e privatizzazioni. Su tutto però vi
è l’attualità di un’idea della Nazione che non vogliamo veder tramontata né
lesa nella sua spiritualità e nella sua continuità storica.
Su
questo argomento basilare persiste nel centro-destra una notevole ambiguità
provvisoriamente corretta, seppur con decrescente convinzione, da Alleanza
Nazionale che potrà venire a mancare del tutto al suo prossimo, definitivo
scioglimento nel P.D.L..
Questo
è invece il nostro punto di incoercibile
tenuta e distinzione. Occorre abbastanza in fretta chiarire se il federalismo
fiscale della Lega, sul quale possiamo elencare tutta una serie di riserve, è
un’assioma indiscutibile o un programma di decentramento meglio da definire e
adeguare alle vere esigenze del Paese.
Inoltre
è bene subito puntualizzare che su questo versante non è peregrino il rischio
di una spaccatura dell’Italia sul modello belga o, peggio, visto che abbiamo
qualche esperienza nel merito, sul modello juguslavo. Prospettiva possibilmente
indotta da una dura crisi economica che una soluzione federalistica anziché
arginare potrebbe moltiplicare.
Perché
sotto l’idea del federalismo all’italiana si nasconde un concetto di Europa
delle regioni che noi respingiamo rivendicando all’Italia unita un ruolo di
ritrovato senso storico di leadership nel più antico bacino di civiltà del
mondo che è l’area del Mediterraneo.
Da
una parte quindi il continente polverizzato delle regioni nel migliore dei casi
sotto la guida della nazione o delle nazioni più forti o sotto gli
interessi dell’impero americano,
dall’altra il millenario ruolo di Roma a cui siamo ancora orgogliosi di
appartenere.